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Che forfe ti parrà meravigliofa,

Ma dove gelofia ftringe l'amore,

Quel mal ch' io feci in dua è ancor peggiore.

Dua fanciulletti haveva io di Marchino,
Il primo lo fcannai con la mia mano,
Stava a guardarmi l'altro piccolino,
E dicea, madre; deh per Dio fa piano,
Io prefi per li piedi quel mefchino,
E diedi il capo a un faffo non lontano,
Ti par ch' io vendicaffi il mio difpetto,
Ma quefto fu il principio, e non l'effetto.

Quafi vivend' anchora lo fquartai,
Del petto a l'uno, e l'altro traffi'l core.
Le piccolette membra minuzzai,
Penfa le ciò facendo havea dolore,

Mà anchor mi giova, ch' io mi vendicai,
Servai le tefte no già per amore

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Che in me no ca amor, ne ancho pietade,
Servalle per ufar più crudeltade,

Quelle portai quà fufo di nafcofo,
La carne, che fec'io poi pofi al fuoco,
Tanto potè l'oltraggio dispettofo,
Io fteffa fui beccaio, io fteffa cuoco.
A menfa l'hebbe'l padre dolorofo,
E quella fi mangio con fefta, e gioco,
Ahi crudel fole, ahi giorno fcelerato,
Che comportò veder tanto peccato,

Io mi parti di poi nafcofamente,
Le mani e'l petto di fangue macchiata,
Al Re d'Orgagna andai fubitamente
Che già longa ftagion m'haveva amata,
Era coftui della Stella parente,
E raccontai l'hiftoria difpietata,
Quel Re conduffi armato in fu l'arcione,
A far vendetta del morto Grifone,

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Bojardo.

Ma non fu quefta cofa cofi prefta,
Che com'io fui partita del caftello,
La cruda Stella menando gran festa,
A Marchin và davanti in vifo fello,
E l'appresenta l'una, e l'altra tefta,
De figli, ch'io fervai dentro a un pia tello,
Ben che per morte ciafcun' era trifta,
Pur li conobbe'l padre ne la viita.

La Damigella haveva il crin difciolto,
La faccia altiera, e la mente ficura,
Et à lui diffe, l'uno, e l'altro volto,
Son di tuoi figli, dagli fepoltura,
Il refto hai tu nel tuo ventre fepulto,
Tu il divorafti non haver più cura,
Hora à gran pena il falfo traditore,
Che crudeltà combatte con amore.

L'oltraggio ifmifurato ben l'invita,
A far di quella Dama crudo ftratio,
Da l'altra parte la faccia fiorita,
E l'affocato amor non gli dà fpatio,
Conchiude vendicarfi a la finita,
Ma qual vendetta lo potria far fatio?
Che penfando al fuo oltraggio in veritade,
Pena non era a tanta crudeltade.

Il corpo di Grifon fece portare,

Che cofi uccifo anchor giacea nel piano:
Fece la Dama a quel corpo legare,
Vifo eon vifo, e mano con mano.
Cofi con lei poi s'hebbe à dilettare,
Hor fu piacer giamai tanto inhumano,
Gran puzza mena'l corpo tuttavia.
La Damigella à quel legato havia.

In questo tempo venne il Re d'Orgagna,

Et io con effo con molta brigata,
Mà come fummo vifti à la campagna,
Marchin la bella Stella hebbe fcanata,

Ne ancor pur quefte avin ch' egli rimagną

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Bojardo.

Ma ufava con lei morta a la arrabiuta,
Credo io che'l fece fol per darfi vanto,
Ch' altro huom non foffe fcelerato tanto.

Noi quei venimmo, e con cruda battaglia,
La forte rocca al fin pur fu pigliata,
E Marchin prefo d'ardente tanaglia,
Fu fua perfona tutta, lacerata,

Chi rompe le fue membra, e chi le taglia,
La bella Dama poi fu fotterrata,
Dentro un fepolchro adorno per ragione,
Pofto fu feco il fuo caro Grifone.

Il Re d'Orgagna poi fe ne fa andato,
Et io rimafi in quefta rocca oicura,
Era l'ottavo mefe già paffato,

Quando fentimmo in quefta buca ofcura
Un grido tant' horrendo, e fmifurato,

Ch' io non vo' dir, che gl' alteri abbiam paura,
Måtre Giganti ne fur spaventati,

Che'l Re d'Orgagna meco havea lasciati.

Un d'effi alquanto piu di core ardito,

Volfe la fepoltura un poco aprire;
Ma ben ne fu poi tofto ripentito,
Però che un Moftro, che non pote ufcire,
Pur fuor gettò una branca ed ha'l gremito
In poco d'hora lo fece, morire,
Stracciollo in pezzi, e traffe'l ne la foffa,
La carne divorò con tutte l'offa.

Non trovò piu huom tanto ficuro
Che dentro à quella Chiefa voglia entrare,
Cinger poi lafecio d'un forte muro,
E quel fepolcro à ingegno differrate
Ufcinne un Moftro contrafatto, e ofcuro.
Tanto, che alcun non l'ardifce guardare,
L'horribil forma fua non ti defcrivo,
Perche farai da lui di vita privo,

Bojardo.

Noi poi feguimmo cofi fatta ulanza,
Che ciafcun giorno qualch' un' è pigliato,
E lo gettiam dentro quella ftanza,
Perche la beftia l'habbia devorato,
Ma tanti ne pigliammo, che n'avanza,
Alcun fi fcanna, alcun vien' impiccato,
Squartanfi vivi ancora qualche fiata,
Come veder potefti in fu l'entrata.

Ariosto.

Ariosto.

Luigi Ariosto (geb. 1474, gest. 1533) erwarb sich in der romantischen Epopoe den erften Rang, und behauptet ihn noch immer. Seine Landesleute bewundern ihn mit Recht als ihren grössten Dichter; und wegen der aufferors dentlichen Fruchtbarkeit feiner Phantasie, wegen des mahle: rischen Zaubers seiner Erzählungsart, und feines überaus leichten und harmonischen Versbaues, verdicut er gewis diese Bewunderung, und selbst den Vorzug, den ihm die meisten Kunstrichter feiner Nation, als epischen Dichter, selbst vor dem Tasso einräumen. Weit mehr als andre von ihm bearbeitete Dichtungsarten, in denen wir ihn schon kennen gelernt haben, machte ihu sein romantisches Heldenges dicht, Orlando Furioso, berühmt, welches aus sechs und vierz zig Gesängen besteht. Roland ist darin zwar der vornehm fte Held; seine Begebenheiten und Abentheuer aber sind nichts weniger als der vornehmßte Gesichtspunkt des Dichters. Vielmehr scheint es gerade Ariost's Vorsag gewesen zu seyn, seinen Gegenstand unaufhörlich zu verändern, den Leser durch ein Labyrinth von Begebenheiten und Charak teren zu leiten, fast jeden Augenblick den Faden feiner Ers zahlung abzureissen und wieder anzuknüpfen, um so den uns erschöpflichen Reichthum seiner Erfindungskraft und Erzähs lungsgabe in vollem Glanze zu zeigen. Und in der That ers regt dieser Reichthum, und die Ausdauer seines Genies bis zum Schlusse dieses so mannichfaltigen Gedichts Erstaunen. Auf die Lesung desselben kann man sich nicht beffer vorberei ten, als durch die Charakterisirung und den Auszug des Orz lando, welchen Meinhard im zweiten Bande seiner Versus che gegeben hat. Folgender Anfang des dreizehnten Ges fanges enthält die Erzählung, welche Isabelle dem Orlan: do von ihrer und Zerbin's Liebe und Widerwärtigkeiten macht. Ariost verwebte diese Geschichte ståckweise in sein Gedicht; Hr. v. Nicolai hat fie im vollständigen Zusammens hange, in fünf Gesängen, unter der Aufschrift: Zerbin und Bella sehr glücklich erzählt, und einige der schdusten ariostia schen Züge dabei benugt.

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Ariosto.

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